“Meno connessioni, più relazioni: liberare i giovani dalla trappola dei Social Media” di Luca Stanchieri

Meno connessioni, più relazioni: liberare i giovani dalla trappola dei Social Media

I neuroscienziati sono categorici: fra gli 11 e i 25 anni si svolge una delicatissima fase di crescita del sistema nervoso centrale, forse ben più importante di quella della prima infanzia. La plasticità cerebrale modella dinamicamente il funzionamento del nostro cervello determinando il primo sorgere della coscienza. Le nostre sinapsi presentano connessioni nuove, quelle vecchie si rafforzano, altre ancora spariscono, secondo il fenomeno noto come potatura sinaptica. L’evoluzione dipende dagli allenamenti a cui il soggetto si sottopone. Questo lungo ciclo vitale, l’adolescenza, può generare un genio, un campione, un talento artistico o un surrogato di sé stessi. Non dipende dal carattere o dalla dotazione genetica, ma dal regime di esercizi.

Oggi il principale trainer dei giovani è lo smartphone e i social network sono i centri di addestramento delle sinapsi. Dopo oltre un decennio di esperienze, siamo in grado di cominciare a comprendere i loro effetti. E, diciamolo chiaramente, sono devastanti.

I social network allenano l’opposto di quello che proclamano. Promettevano connessioni, ma causano isolamento. Il prezzo dell’essere connessi è la perdita delle relazioni umane vive, concrete, reali. Dopo lo scandalo Facebook e Cambridge Analytica, abbiamo la conferma che i Social Network analizzino i profili degli utenti per manipolarli, secondo obiettivi dettati dai centri di potere politico o economico e realizzati da tecnici che non conosceremo mai. Ma i Social Media ingannano il cervello in ben altro modo, certamente più dannoso di quello che fanno per vendere o spostare voti. Gli studi della Twenge (Iperconnessi, 2018) riportano i dati dalle comparazioni fra generazioni di adolescenti prima e dopo la nascita dei nuovi media e dimostrano che si stanno creando colossali cambiamenti che riguardano la vita di milioni di giovani. Internet plasma le sinapsi con effetti deleteri. Le facoltà si impoveriscono. Cala l’attenzione, si smorza l’immaginazione, l’intelligenza e la ragione vanno alla deriva, la memoria non è mai esercitata, e la coscienza di sé sorge nella piattaforma scenica dei like piuttosto che con i dialoghi dal vivo. Abbiamo generazioni fragilissime sul piano psicologico, perché più isolate, meno preparate alla vita reale, meno indipendenti, più bisognose di rassicurazioni, meno avvezze alle sfide. All’invasione del porno tramite foto e video corrisponde una diminuzione delle esperienze sessuali e la paura delle relazioni sentimentali. Alla possibilità di visitare i siti tramite internet corrisponde una minore autonomia nello spostarsi da soli. Oggi i giovani italiani prendono la patente dopo i 21 anni, quelli della mia generazione la prendevano a 18!

Esiste una correlazione causale fra la frequentazione dei social network e la diminuzione delle interazioni sociali con conseguenti disturbi psicologici, maggiore possibilità di depressione e certamente aumento dell’infelicità. “I Social media e l’suo degli strumenti elettronici sono collegati a tassi più alti di solitudine, infelicità, depressione e rischio di suicidio, sia nei dati correlazionali che in quelli sperimentali” (Twenge, p. 341).

Divertendomi a incrociare i dati dell’Istat in Italia, ho visto che nel 2005, l’anno prima della nascita di Facebook, i ragazzi collegati a internet erano il 12,4% e quelli che frequentavano i propri amici tutti i giorni erano il 72,2%; nel 2016 la percentuale di chi frequenta internet quotidianamente è dell’82&%, quella di chi frequenta gli amici tutti i giorni è calata al 51,6% con un crollo del 30%. Si esce di meno, si va a meno feste, si frequentano meno amici, ma il cellulare non scompare mai dalla vista. Si dorme e ci si sveglia col cellulare. Un tema di ricerca è quello di comprendere la correlazione fra i Neet (i ragazzi che non studiano né lavorano, che in Italia sono i più numerosi di Europa) e lo sviluppo di internet. Se navigare rende più depressi, le energie per studiare o trovare un lavoro svaniscono. Si rimane in casa. Ma sempre connessi (è il fenomeno dell’Hikikomori).

Questo spiega anche l’efficacia dei social media nel trasmettere i messaggi più violenti. Uno strumento che deforma le relazioni umane creando più isolamento e infelicità, permette ai messaggi disumanizzanti la più alta resa. Non solo il cyber bullismo è più invasivo e aggressivo (chi frequenta lo smartphone non può sfuggirgli quando è preso di mira e non sa chiedere aiuto), ma l’odio in generale trova terreno fertile grazie alla frustrazione generata dallo strumento che più connette e meno rende socievoli. Il fine è armonico col mezzo. Insultare, detestare, denigrare, molestare e accanirsi contro i più inermi, mimando nella virtualità la forza dell’orda, sono gli allenamenti sociali prediletti dai social. Le chiamano ondate di indignazione. Sanno far male sempre.

Un’educazione alla felicità non può prescindere dall’abolizione dei social network. Estinguere il proprio sé virtuale è determinante per la fioritura piena del proprio sé reale con tutte le sue straordinarie potenzialità. La prima mossa è dare l’esempio. Cancellarsi da Facebook, chiudere Instagram ed eliminare Twitter, come raccomanda il guru della realtà virtuale Jaron Lanier, è il primo passo. Evitiamo il cellulare quando parliamo con i nostri figli o siamo in casa. Un adolescente non dovrebbe mai usare internet per più di un’ora al giorno. E mai prima di addormentarsi. Ottimo che non abbia uno smartphone fino ai 16 anni o ne abbia uno con tutte le applicazioni che ne limitano e monitorano l’utilizzo. Controllare il cellulare da parte dei genitori non è violazione della privacy, ma difesa dai predatori che scorrazzano impuniti nella rete (si veda il film Trust). Fuori dai social, c’è la vita, lo sport, l’arte, il sole, i libri, il cinema e gli amici. Gli adolescenti che passano più tempo con i coetanei in carne e ossa sono meno soli, meno depressi e più felici. Inoltre riposano di più, evitando di sbadigliare tutto il giorno.

Una mamma esasperata dal figlio che non smetteva mai di staccarsi dai videogiochi, in un momento di disperazione impotente ha preso un martello e sfasciato il computer. Nei casi più estremi, potrebbe essere una soluzione.

Luca Stanchieri

 

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