“Lo scrittore, la Coach e il mio primo Ironman” di Luca Stanchieri

Lo scrittore giapponese, maratoneta e triatleta Murakami (Arte di Correre) affermava che partecipare a un Ironman è in contrasto con la tenuta del proprio lavoro. La mia Coach, Barbara (maestra della Scuola di Coaching Umanistico che non direbbe mai di essere stata la mia coach ma la mia tifosa!), mi ha detto l’opposto: io ci sarei riuscito. Ho seguito Barbara, pensando che Murakami avesse ragione. Così mi sono allenato, ho smesso di fumare (con un farmaco alla nicotina buonissimo!), ho perso 14 kg in 10 mesi, ma non ho mai rinunciato né al mio spritz serale né al mio lavoro (quest’anno ho persino pubblicato un nuovo libro, Scopri le tue potenzialità, che è uno di quelli a cui sono più affezionato).
Mi sono detto: se vincevo era grazie a Barbara, se fallivo era perché Murakami aveva ragione. Insomma mi sono dato una ruota di scorta per consolarmi dell’eventuale fallimento. Sono arrivato in gara non avendo mai corso in bicicletta per 180km né avendo mai fatto una maratona di 42km. In gara dovevo farli entrambi: uno di seguito all’altro. Una follia temperata. Negli ultimi cinque mesi mi sono allenato fra le 15 e le 20 ore a settimana. Sveglia ogni mattina alle cinque. Aperitivo ogni sera alle 18.30. Ho cominciato a correre i 10km in meno di 50 minuti e ho scalato il Colle San Bernardo e la salita della Riviere più volte in Val d’Aosta. Mi sono sentito sempre stanco ma in forma. Analisi del sangue e cuore in perfette condizioni. Ma sempre con il dubbio. Mi stavo per avventurare in un terreno ignoto. O meglio stavo per sottoporre il mio corpo e la mia anima a una sofferenza sconosciuta, una frontiera fra il misterioso e l’improbabile.
Ad un certo punto Murakami sembrava aver vinto su Barbara. A settembre fallivo amaramente il test di Mergozzo, una gara intermedia per verificare la condizione. Uscivo da un fantastico seminario della Scuola di Coaching Umanistico, denso di soddisfazioni, ma anche di fatica intellettuale. Dopo 40 ore in 4 giorni di regia e supervisioni e relazioni e allenamenti e un’infiammazione intestinale, tanto che sembravo alla fine leggermente stremato, la sera da Milano parto e vado a Mergozzo. Il giorno dopo c’è la gara. Un test appunto, da fare in scioltezza. Era “solo” la metà del percorso previsto a Barcellona. Con la pancia dolente, entro in acqua. L’acqua pesante del lago e la muta che ti impedisce il respiro non sono una buona sensazione. Non mi riscaldo, non ci provo nemmeno. Mi dico che lo farò in gara. Si comincia. Un tizio mi viene addosso, perché nuota senza alzare la testa e non vede la boa. Impreco, accelero, lo supero, ma vado in affanno e non mi riprendo più! Ogni volta che metto la testa in acqua, sia stile che rana, non riesco a respirare. Cerco di rilassarmi. Rimango solo. Tutti vanno. Io no. Riprovo. Niente, l’ossigeno non arriva, l’orgoglio è in macerie, chiamo il soccorso. Mi faccio slacciare la muta. Riprovo. Fallisco nuovamente. Mi ritiro, mi issano sul gommone come un tonno appena pescato. Il medico rileva una leggera ipossia. Mi domando se Barbara abbia mai letto Murakami. Il pomeriggio, secondo il detto “quando cadi dalla bici, rimonta in sella”, mi infilo la muta e vado a nuotare al lago. Non è stato un attacco di panico. Anche rilassato, faccio fatica a respirare. Mi accorgerò il giorno dopo che l’infezione intestinale ha avuto la meglio.
Riprendo gli allenamenti, con un leggero pessimismo e una certa contrarietà alla fiducia che Barbara continua a reinvestire, a costo della propria reputazione e di quella dell’intera Scuola! Due settimane prima della gara, secondo il mio programma di allenamento ho 100 km di bici e 20km di corsa. Da buon soldatino, con la morte nel cuore per la fatica che dovrò fare, mi sottopongo all’ennesima tortura. Con la bici tutto bene e le gambe sembrano girare (non ci crederete ma è come se si sviluppassero 4 gambe, due per la bici e due per la corsa), i tendini fanno un male cane e … A 200 metri da casa inciampo. Dicesi inciampare quando un piede non si solleva per più di due centimetri incontrando un infimo dosso. Cado, metto le mani avanti, queste scivolano e do una mentata sull’asfalto, un colpo tipo uppercut di Mike Tyson. Mi alzo. Verifico se la mascella stia a posto. Scossa ma funzionante. Solo che sanguino come una fontana. Corro fino a casa disseminando la via e le scale col mio fluido vitale. Dovrei andare al pronto soccorso per mettere le graffette che mi hanno messo sullo stesso punto quando ero bimbo. Ma il pomeriggio ho il cinema con i miei figli. Mi arrangio con un cerottone e via.
Murakami ha preso decisamente il sopravvento. Epperò son mesi che getto sangue e sudore pe’ sta cosa che ancora non ho capito che significato abbia. Avrei voluto raggiungere Barcellona lunedì, ma prima di giovedì non riesco per lavoro e ancora una volta sento il giapponese sganasciarsi di nascosto. C’è solo una cosa che Murakami non ha previsto: il tapering, la migliore settimana di allenamento. Qualche geniale allenatore ha scoperto che la settimana prima di una gara, dopo un allenamento massacrante di mesi, devi riposare. Devi fare allenamenti dolci e ricaricarti di carboidrati (riso, pasta, pizza, patate). E’ allora che, ora dopo ora, ogni energia rinvigorisce (e quando dico “ogni” dico “ogni”). Nel clima umano e sentimentale di una Calella che accoglie i corridori con una gran festa, mi rigenero degli affanni, delle fatiche, dei dolori, delle ferite, delle cadute, degli strazi, che non lo sport, ma la vita sa darti insieme alle cure, alle carezze, alle gioie, alle tenerezze che solo il tuo cuore sa recepire e condividere. E mi diverto con paella e sangria (tipica dieta da atleta) fino a che non scopro che domenica, giorno della gara, pioverà e ci sarà mare mosso. Eppure, nonostante Murakami, sono sereno anche se non so che accadrà.
La mattina di domenica parte la gara e mi tuffo insieme a decine di altre persone. Un caos umano che ti soffoca in mare come se fossi sulla metropolitana, solo che respiri una volta si e due no e devi pure nuotare. Mi calmo, nuoto lento, e le onde sono cumuli di acqua che crescono e decrescono come dune in movimento. Sento che non ho l’ansia di Mergozzo, che vado col mio passo nonostante la muta e allora decido di divertirmi. Come un bimbo, nuotando sulle onde salgo e scendo, le scalo e mi faccio trasportare, alzo la testa ogni dieci bracciate e mi sembra di surfare sulla corrente. Avevo previsto 1h e 30’, esco in 1h17’ felice come una Pasqua. Inforco la bici e mi godo i miei 180km senza scia, calibrando il mio cuore sui 130 battiti. Chiudo a quasi 29km/h. Mi basta. E qui comincia il bello. Chi diavolo mai ha fatto una maratona? E dopo 180 km di bici? Eppure, diavolo di un tapering, le gambe sono leggere e so che i primi 20km saranno di relax. Non forzo. Poi mi do l’obiettivo dei 32km, e qui do il massimo (anche se sembro una lumaca ingrassata). Mi consolo dicendo che se sarò stravolto posso sempre camminare per gli ultimi 10. Dopo i 32 le gambe diventano pesanti, le anche si ribellano, i muscoli tremano, ma i miei tendini sono in silenzio, come per solidarietà non li sento col loro strazio cronico. Non so quanti mi superano e ogni sorpasso è una piccola umiliazione. Mi ripeto con Murakami, “se vinco o perdo, è solo con me stesso”. Mi do l’obiettivo di non camminare e di alzare i piedi per non cadere. Arrivo ai 39km. Mi aspettavo agli ultimi 3 km di volare come liberato da un immane fardello, come a Pescara un anno prima (solo con la metà della distanza). Invece piove, fa freddo, mi sto gelando e vorrei solo stare seduto, anzi sdraiato, anzi addormentato, dimentico persino del mio spritz. Ma supero quelli che camminano. Il mio demone competitivo si nutre degli altri (in verità molto pochi) che nella corsia opposta devono ancora fare l’ultimo giro. Sotto una pioggia battente, di notte, dopo 13 ore e diecimila calorie arrivo. Ce l’ho fatta. Murakami ha avuto torto marcio. Certamente non aveva la mia coach, Barbara, l’unica che col sorriso poteva spingermi a divertirmi in questa follia che si chiama Ironman. E mentre sorrido all’amore per la vita, mi sento molto Tony Stark.
Luca Stanchieri

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